Recensioni ai miei libri

Dopo un silenzio di qualche anno, torna Giovanni Di Muoio. Aveva esordito nel 2005 con la sorprendente raccolta “Dimostrare le cose a parole”, ed eccolo di nuovo qui. Tornano le sue atmosfere – sempre un po’ stralunate –, torna la sua leggerezza e la comicità delle sue storie (personaggi sempre un po’ borderline, magari perché troppo impigliati nei propri pensieri). Torna soprattutto uno stile: che mescola la dolcezza (si può dire tenerezza?) a uno sguardo anche caustico sulle cose del mondo. C’è – come nel libro d’esordio – una costante, sotterranea riflessione sulle parole, quasi che – scrivendo – Di Muoio non potesse sempre chiedersi “perché” (significativi in questo senso tutti i racconti che ironizzano su scuole di scrittura, vita e ambizioni da scrittore; ce n’è uno, molto divertente, che porta in parodia un serioso editing). Strambi e lunatici, i personaggi di Di Muoio sanno interpretare, con una leggerezza rara, un bel novero di inquietudini, contraddizioni e complicazioni comprese in quello che l’autore chiama “il rumore della vita che accade”.

 

Paolo Di Paolo

Stefania Leo
Stefania Leo

"diMostrare le cose a parole": i racconti di Giovanni Di Muoio

Dimostrare le cose a parole. E mostrarle, anche quando sono nascoste. Queste le coordinate fondamentali per descrivere la raccolta di racconti di Giovanni Di Muoio,

 

“diMostrare le cose a parole” (Giulio Perrone Editore, 2005).


"Un divertente, commovente, perfetto manuale per l'uso di distanze e attese: ventuno racconti ironici e dolcissimi per altrettante prove di esistenza" (Paolo Di Paolo, Stilos)

 

Protagonista di questi ventuno racconti una voce narrante costante, calda e avvolgente che scivola nelle malinconie di mille amori non detti, di storie spezzate. Lo sguardo lucido dello scrittore, il tratto deciso delle sue riflessioni sembrano voler aprire un varco, un passaggio tra mondo dentro e mondo fuori, in una dialettica mai risolta che vede protagonista l’infinita solitudine dell’uomo metropolitano. Sullo sfondo gli invadenti non luoghi della contemporaneità, oscure trappole entro cui si struttura la sconfinata angoscia di un esercito silenzioso di milioni di esseri umani. Le metropoli anonime di un’Italia chiusa, segnata dal grigiore del progresso, gli aereoporti, luoghi di eterna attesa, gli appartamenti perduti in periferie sconfinate sono allora gli scenari vivi in cui si muove e si articola una riflessione attenta e a tratti carica di speranza. Giovanni Di Muoio riesce a dimostrare che l’amore si fa anche con le parole e con i silenzi, come nel racconto “Nessuno potrà mai insegnarci a scrivere lettere d’amore”. In “Portami con te Avvocato Agnelli” l’autore dimostra che un uomo può amare le macchine della sua vita perché è un po’ come amare se stessi e la propria esistenza attraverso di esse. Imperdibile “Il pullman dei scemi” segnalato da Aldo Nove. Dimostrare le cose a parole è necessario per raccontarsi, perché se non lo facciamo noi non lo fa nessuno.

“Passiamo una vita intera a dover dimostrare qualcosa a qualcuno. E’ una sfida continua, snervante. Spesso smentita dai fatti, dalle azioni concrete che ci portano da tutt’altra parte rispetto ai nostri buoni propositi.” Giovanni Di Muoio strizza l’occhio al lettore, quasi intuendo lo smarrimento di ognuno davanti ai silenzi dell’amata, all’imbarazzo dei manager che devono togliersi le scarpe all’aeroporto, ad una torta rustica preparata solo per se stessi. Stupisce con storie lievi, che sanno di realismo magico alla Gabriel Garcia Márquez, come nel racconto “La Luna a Vidalle”.

Fluido, accattivante e lieve allo stesso tempo: lo stile di Giovanni Di Muoio è quello di un narratore che padroneggia la cassetta degli attrezzi dello scrittore di talento, senza dimenticare la necessità di rimanere una voce amica del lettore, abbandonando costruzioni ostiche e preferendo invece parole suadenti, come quelle delle ballate di Roberto Vecchioni.

“diMostrare le cose a parole” è un libro dedicato a chi ha voglia di fermarsi a respirare. “La vita è un insieme di promesse non mantenute come le lettere a Gesù Bambino”. In questa frase del racconto che dà il titolo alla raccolta si concentra la presa di coscienza di un autore che, guardando in fondo a se stesso, è riuscito a tirare fuori l’abbacinante realtà della vita per poi tingerla di delicatezze e sogni.

 

 

Stefania Leo

 

fonte: http://guide.supereva.it/libri_autori/interventi/2005/12/237879.shtml

Paolo Di Paolo
Paolo Di Paolo

"Un divertente, commovente, perfetto manuale per l'uso di distanze e attese: ventuno racconti ironici e dolcissimi per altrettante prove di esistenza."

 

   (Paolo Di Paolo, Stilos)

Piccione ti voglio parlare di Giovanni Di Muoio (Liberodiscrivere, pp. 126, euro 12) è una raccolta di 26 racconti da leggere d’un fiato e da ascoltare come se fossero canzoni. Freschi e veloci, ognuno percorso da un’emozione particolare, attraversato da una fulminea intuizione pensosa, accompagnato da una colonna sonora perfettamente sintonizzata: la malinconica eppur gioiosa voce di Battisti, quella profonda di De Andrè, quella dolcemente pigra di Pino Daniele e molte altre.
E, insieme alla musica di sottofondo, tanti personaggi che animano questi intensi racconti : il romantico bancario dell’ouverture The days of wine and roses che con la sua intrigante ragazza dà vita ad un languido tango sul pianerottolo del loro appartamento, il malizioso don giovanni di Un mondo d’amore che inscena un affollato valzer e una girandola di amori sognati, l’imperterrito e ironico innamorato che sotto la pioggia fa la serenata alla sua bella traditrice. E ancora il finto-cinico di Donne du du du che fa una ballata divertentissima sul suo rapporto con l’altra metà del cielo, il minuetto sofferto di Feel like making love dolcemente accompagnato dalla musica nostalgica di Sergio Cammariere, il surreale eppure credibile, incredibilmente credibile, protagonista di una partita a bowling giocata con una mano a tre dita come un assolo di dance impazzita, il canto dei cigni del tenero pianista di Io mi manco da morire. E tante altre piccole storie, tutte raccontate in prima persona, a sfilarci davanti come ballando fino al finale passo a due scritto a quattro mani.
Una raccolta interessante di un giovane autore di talento che ha saputo brillantemente mescolare scrittura e musica coinvolgendo il lettore ad ogni pagina e ad ogni nota.

 

Donatella Coccia

Dal blog di Lala76 (a proposito di Piccione ti voglio parlare"

 

"Finalmente scrivo questo post che avevo tenuto in stand-by da un po’. Mi mette un po’ soggezione scrivere questo commento perché riguarda uno scrittore, ma non uno qualsiasi, uno che sta anche ai tavoli dei bar oltre che nel salotto di Costanzo, di quelli che scrive i pensieri della gente, un secondo prima che la gente li pensi.

L’ho conosciuto leggendo il suo vecchio blog (http://giadim.blog.supereva.it) e me l’ero “disegnato” come un uomo ombroso, un po’ complicato, intellettuale di sinistra (ma sarà vero?!?!) dall’aria metropolitana e un po’ arruffata, con un background culturale capace di fargli scovare la pubblicità più curiosa, il libro più accattivante o il film meno scontato.

L’ho incontrato poi, ad un aperitivo milanese di tarda estate, e mi sono sorpresa a sorseggiare ananas e Batida con un “ragazzo” solare, sorridente, dall’aria bonaria un po’ alla Brignano (ora mi uccide).

Due immagini assolutamente in antitesi che non riuscivo a coniugare, poi mi è arrivato il suo libro.

Piccione ti voglio parlare” di Giovanni Di Muoio. L’ho sfogliato così come faccio sempre. Faccio girare le pagine e ad un punto mi blocco, leggo la prima riga che mi salta agli occhi e lì sentenzio se il libro mi piacerà o no. E' un metodo che funziona al 90%, ve lo consiglio. Il suo libro mi ha colpito perché è fatto di racconti, spezzoni, frasi poetiche nascoste tra l’ironia di una cronaca quotidiana e una canzone che non puoi non conoscere. E l’ “immagine immaginata” e la “persona incontrata” hanno iniziato a sovrapporsi andando di pagina in pagina.

Lui, il suo modo di scrivere e lo stesso stile. Lui, ragazzo normale capace di cogliere i dettagli della quotidianità di una città che sembra sempre uguale nei secoli dei secoli amen, e invece diversa nei volti delle persone che si incontrano per le scale, nelle urla delle donne che si lasciano per strada, nel clima e nella pioggia che scende quando meno te lo aspetti.

Il suo libro, racconti che sembrano leggeri, ironici, incasinati salvo poi trovarti lì tra il chiaro e lo scuro, una frasona di quelle che rimani in silenzio per un po’, perché appartiene a tutti il suo modo di scrivere e il suo modo di sentire.

E dopo le sue 127 pagine riesco ad immaginare il ragazzo sorridente che si ferma a chiacchierare con un piccione, che dietro agli occhi ha una vastità di pensieri che corrono più veloci della sua penna, un cuore e un’anima non arresi alla banalità delle normali convenzioni.

E adesso “… via, tra il nulla della propria esistenza, a collezionare qualche altro errore da esporre con fierezza sulla superficie liscia della propria anima. O di quello che  resta"

 

Lala76

COMUNICATO STAMPA

APERITIVO LETTERARIO

SABATO 13 MARZO 2004 alle ore 19,00

a La Madeleine café in Via della Maddalena 103/r

Liberodiscrivere presenta

PICCIONE TI VOGLIO PARLARE

di Giovanni Di Muoio

Interverranno la scrittrice Sandra Verda e l’autore Giovanni Di Muoio


 

Nella giornata di ciascuno di noi ci sono

momenti significativi che possono diventare letteratura.

Bisogna stare all’erta e prestarci attenzione.

E’ di quelli che bisognerebbe scrivere.

Raymond Carver

 

Quale legame ci può essere tra la banda Disney che canta Siam tre piccoli porcellin e i Clashche cantano Rock the casbah? E quale legame ci può essere tra alcuni musicisti del vecchio Carosello televisivo e i Litfiba che cantano Gioconda? Si potrebbe rispondere che sono legati fra loro come la celeberrima Marcia Nuziale di Mendelssohn e Gino Paoli che canta Senza fine!

E tanti altri potrebbero essere gli esempi che legano Adriano Celentano a Bob Marley, Lucio Battisti a Jovanotti, i Pink Floyd a Zucchero, i Doobie Brothers a Luigi Tenco, Franco Califano a Paolo Conte, Cristiano De Andrè a Pino Daniele, Roberto Carlos a Skin, Bruno Venturini ad Antonello Venditti, i Rokes a Francesco De Gregori, Gianni Morandi a Domenico Modugno.

Ma la lista è molto più lunga e sorprendente.

Piccione ti voglio parlare è un’antologia di ventisei racconti percorsi da un filo conduttore comune: la musica, i compositori, i cantanti, i testi delle canzoni - spesso brani di autentica poesia -, che irrompono, all’improvviso, nella vita quotidiana di personaggi indimenticabili scaturiti dalla mirabile penna di Giovanni Di Muoio.

 

Giovanni Di Muoio, nato a Maratea nel 1967, vive e lavora a Roma. Scrittore e drammaturgo ha debuttato a Roma nel 1999 con la piece Impermeabili.

Con il racconto Con tre dita puoi solo giocare a bowling, presente in questa raccolta, ha vinto come migliore opera originale la Targa Versolingua 2003 nell'ambito del Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa Container.

Si dedica, inoltre, alla lettura in pubblico di testi propri e di Bukowski, Panella, Carver, Homes.

Lo sguardo lucido dello scrittore, il tratto deciso delle sue riflessioni sembrano voler aprire un varco tra mondo dentro e mondo fuori in una dialettica mai risolta che vede protagonista l'infinita solitudine dell'uomo metropolitano

 

Nei racconti la possibilità infinita di esplorare il mondo, nelle parole l'ansia mai risolta di comprendere una realtà sempre più complessa, stratificata, liminare. Lo sguardo lucido dello scrittore, il tratto deciso delle sue riflessioni sembrano voler aprire un varco, un passaggio tra mondo dentro e mondo fuori in una dialettica mai risolta che vede protagonista l'infinita solitudine dell'uomo metropolitano. Sullo sfondo gli invadenti non luoghi della contemporaneità, oscure trappole entro cui si struttura la sconfinata angoscia di un esercito silenzioso di milioni di esseri umani. Le metropoli anonime di un'Italia chiusa, segnata dal grigiore del progresso, gli aeroporti, luoghi di eterna attesa, gli appartamenti perduti in periferie sconfinate sono allora gli scenari vivi in cui si muove e si articola una riflessione attenta e a tratti carica di speranza. Speranza non cercata e certamente non voluta, che ha i colori dell'amore per una donna, dell'amicizia silenziosa di una vita, della solidarietà inconsapevole verso i meno fortunati; speranza che combatte una battaglia quotidiana contro la difficoltà di vivere e che pure trae forza dai fallimenti e dal dolore. La scrittura è allora una finestra aperta sul mondo che cambia ma è anche lo strumento per rivisitare e correggere in chiave ironica la realtà, per darle sfumature delicatamente surreali. L'ottica straniata di alcuni racconti regala sprazzi di sottile umorismo che inducono, da un lato alla riflessione, dall'altro al piacere di una lettura non priva di leggerezza e garbo, che si fa sempre specchio di questo tempo confuso.

 

http://giulioperroneditore.it/node/25

Ho assistito per STRADANOVE alla presentazione romana della raccolta di racconti "diMostrare le cose a parole" di Giovanni Di Muoio, presentato dai critici Mariacarmela Leto e Paolo Di Paolo nella libreria Melbookstore di via Nazionale, e devo dire che, in sede di conferenza stampa, mi ero formato un'idea circa la poetica di tale autore leggermente difforme alla realtà dell'opera che mi sono poi trovato a leggere.
Il nostro sostiene di scrivere con gli occhi ("non è difficile, occorre un minimo di concentrazione e aspettare la vita che accade") e nel rispondere, lieve e divertito, alle domande del pubblico presente non mi aveva dato la sensazione diessersi impegnato (come invece ha fatto) per costruire un libro molto psicologico, che sonda la natura dell'uomo contemporaneo, metropolitano, sconfitto ma non domo, impotente ma ancora velleitario. Vede e non ci sta. Ma non può farci niente. E riprende consapevolezza della sua natura di spettatore di qualcosa che è troppo più grande di lui per essere capito, dominato.
"diMostrare le cose a parole" è una raccolta di racconti, ma il filo rosso che li tiene insieme è tanto coerente da farlo sembrare... un romanzo di racconti. La realtà non è più fatta a pezzi dagli artisti: adesso, per essere creativi e imprevedibili, basta fermarsi a guardare ciò che abbiamo davanti e saperlo raccontare con parole di poeta.
I personaggi di Di Muoio trascorrono la propria (d)esistenza nelle sale attesa degli aeroporti o a sfogliare riviste nelle salette degli editori. E intanto osservano il mondo girare davanti a loro come una giostra colorata e matta.
Aspettano il giorno dei giorni, forse: quello che non arriva mai. Aspettano l'amore, ma lo aspettano senza cercarlo, perchè forse non ci credono più fino in fondo, serbando dell'amore un'idea romantica, da canzone di Baglioni, che oggi fa a pugni con il nuovo modo di essere donne del terzo millennio.
Donne che lavorano, si impegnano, si fanno ricevere da scrittori cui promettere di diventare qualcuno ("Avere vent'anni o non averne affatto"). Che hanno l'urgenza di sentirsi importanti senza esserlo sul serio e non si accorgono d'avere perso di vista valori più importanti.
Entrando nel dettaglio, va segnalato lo stralunato "Il pullman dei scemi" - racconto non per nulla selezionato da Aldo Nove per l'antologia "Meccano", che finisce per andare oltre le stesse intenzioni dell'autore: pare una metafora della condizione (post)umana nella società postindustriale, che paradossalmente ha l'effetto di averci alienati ancor più dei ritmi disumanizzanti delle catene di montaggio di certi film di Chaplin.
Questa società ghettizza, banalizza, massifica, eterodirige un popolo sempre più privo di senso critico e morale: come gli scemi di Di Muoio, anzi: i scemi, perchè chi è scemo deve esserlo fino in fondo, se proprio si deve dimostrare le cose a parole...
Noi tutti - è vero - ci incolonniamo davanti ad una fermata del bus, ad aspettare il nostro turno, per poi salire e sentirsi partecipi di un progetto collettivo che ci restituisca un minimo di dignità.
Siamo scemi schematizzati, insomma, tutti uguali, mica scemi fuori dagli schemi che in fondo diventerebbero spiriti liberi, artisti, perchè è l'ansia di capire che ci frega, la voglia mai risolta di comprendere una realtà sempre più complicata, stratificata, provvisoria.
Oggi, insomma, un quarto d'ora di celebrità non si nega a nessuno. Ma è pur vero che un quarto d'ora resta poco, in una società in cui un editore che si rispetti non perde mica tempo a leggersi una raccolta di poesie e gli aspiranti scrittori sono pronti a tutto per farsi le scarpe a vicenda invece di collaborare ad un progetto culturale collettivo che migliori il sistema, come accade in una delle novelle del libro.
Moralis fabulae: a ben guardare, in questa società complessa e ricca di paradossi, a stare meglio è proprio chi non si fa troppe domande, chi capisce poco, chi si lascia scorrere addosso la vita. In attesa di tempi migliori. Per collezionare cazzate, per usare unèespressione originale usata dall'autore, c'è sempre tempo.

Giovanni Di Muoio, diMostrare le cose a parole, Giulio Perrone Editore, pagg. 102, Euro 10,00

Fernando Bassoli  20-03-2006

LA NUOVA MIRGOROD (Recensione a Dimostrare le cose a parole)

 

Per un’estimatrice del formidabile e perfido Gogo’l ante crisi mistica, è stata una delizia leggere i racconti di questo scrittore lucano quasi coetaneo. Mio, non di Gogo’l, ovviamente…
Prosa ironica, deliziosamente perfida, anche se a tratti dolcissima, come nel racconto “Il mare ad occhi chiusi”, dove si narra lo struggente omaggio di un becchino alla sua personalissima Maestrina dalla Penna Rossa. Spaccati di solitudini esistenziali, talvolta personificate dal Narratore per antonomasia, quello che ruba i personaggi dallo scialbo Quotidiano e li immortala sulla pagina. Ma quegli ingrati non lo sanno, e continuano a crogiolarsi nella propria anodina esistenza: Lo so, è un momentaccio, e non sarebbe giusto infierire, ma pensa anche al compito ingrato che abbiamo noi narratori. Siamo come dei pompieri. Chiamano sempre noi, per qualunque cosa, sempre sul chi vive, sempre pronti a tendere una mano a chi sta peggio di noi. oggi è toccato a te. L’ho fatto spontaneamente, non ci ho pensato su un attimo, ho preso la penna e ti ho raccontato. Ci pensi a questo? […] Lo sai che anche noi facciamo parte del tuo mondo? Siamo quelli che prendono posto accanto a te, sulla stessa panchina e ti studiano mentre mangi il tuo tramezzino. Questo siamo noi, cronisti di piccole vite come la tua, voyeur di illusioni represse. (pag. 75).

Tutti i personaggi, nevrotici oppure rassegnati, talora però imperterriti, quasi ottusi, dalla/nella loro sorda bontà (come l’autista del pullman dei scemi), potrebbero esser collocati in una novella città (neo) natale: la nuova Mirgorod gogoliana. Che qui si sposta un tantino più a sudovest: Vidalle – immaginario sito, immaginato trovarsi nella caliente America latina, a giudicare dai nomi dei personaggi – dove [..] la luna non la trovi, nessuno l’ha mai vista, in quello spicchio di cielo semplicemente non c’è e tu puoi alzare gli occhi lassù, di notte, e stare così per ore ma alla fine la luna non la vedi. Al momento ci rimani male ma è così, non puoi farci niente. (pag. 17). Vidalle è caratterizzata da un qualcosa che non c’è; Mirgorod, invece, da qualcosa che c’è sempre: una pozzanghera, una bellissima pozzanghera […] che ne occupa quasi tutta la piazza. Straordinaria pozzanghera! Unica, quale mai ne vedeste di simili![1].

Straordinaria analogia di timbro narrativo, che trasuda ironia e visionaria retorica rovesciata nel suo reciproco complementare: il Risus omerico. Ridere della solitudine di un folle amletoide nottambulo (“Mentre voi dormite”); dei puzzolenti piedi e/o dei calzini bucati dei top manager, costretti da paranoici metal detector a togliersi le loro costosissime scarpe strafirmate a causa di quella fibbia galeotta (“diMostrare le cose a parole”); oppure della grassona e pettoruta dirimpettaia schiava della TV e dei frollini (“Vicini”); od ancora della fine di un amore (“Manca la carta”) vuole infatti dire lanciare un grido d’allarme, ancorché surreale e intriso di graffiante linguaggio spietatamente canzonatorio.

Un linguaggio, però, non inganni lo humour al vetriolo dell’autore, politissimo, quasi adamantino, studiato in ogni particolare alla ricerca della migliore resa stilistica possibile. Perché, e questo ben lo sapeva il Maestro Gogo’l, niente è così ameno, fino ad… odorare di zolfo, come il folletto che spinge a ridere di tutto, a giocare anche con le cose più sublimi e/o più drammatiche: come nell’atroce sequenza narrativa che sfocia nel suicidio della protagonista di “Comparse”. E che dire poi della sonora (in ogni senso!) lezione che il Tempo degli orologi impartisce alla vedova superficiale di “Nostra signora del tempo che fu”: un monito cattivello ed efficace agli ottimisti impenitenti, quelli del Never too late?
Ci vedrei in filigrana anche uno strizzare l’occhio alla Stanza degli Orologi di Isabella Gonzaga, intramontabile eroina così come ritratta da Maria Bellonci in “Rinascimento privato”. Ma, in mancanza di un riscontro dell’autore, la mia resta, allo stato, una mera suggestione.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Giovanni Di Muoio (Maratea, Potenza, 1967), promettente scrittore italiano. Al suo attivo varie pubblicazioni di racconti, selezionati altresì dalla critica più “modernista” (Aldo Nove) per una pubblicazione antologica.

Giovanni Di Muoio “diMostrare le cose a parole”, Giulio Perrone Editore, Roma, 2005. Il libro è edito nella collana-laboratorio della Perrone: “Onde”.


Elisabetta Blasi. 18 dic. 05.


[1] Da: Nikolaj V. Gogo’l “Tutti i racconti”, Newton & Compton, Roma, 2001. Traduzione, corposa introduzione e note bio- bibliografiche a cura di Leone Pacini Savoj.

fonte: www.lankelot.com

Recensione a "Dimostrare le cose a parole"

 

I racconti di Giovanni Di Muoio sono polaroid efficacissime, istantanee di una realtà che conosciamo fin troppo bene, perché è la nostra realtà, quella in cui camminiamo ogni giorno, in mezzo a "gente distratta che (ci) passa accanto."

Una tale "esposizione fotografica", naturalmente, si accompagna a un approccio realista e alla creazione di percorsi narrativi veri, o tuttalpiù verosimili. Nella raccolta, perciò, non c'è spazio per la simulazione, niente frottole, niente finzioni, si gioca sempre a carte scoperte, e Giovanni di Muoio è uno che sa giocare, uno che non bluffa ma che attende con pazienza il momento di calare i suoi assi. In questa singolare partita, però, sono i lettori ad uscire comunque vincenti, perché l'autore è fin troppo bravo a farci puntare tutto, fino all'ultima carta, fino al punto che chiude ogni suo racconto.

Di Muoio fa le cose sul serio, eppure non si prende mai sul serio, lui è "l'uomo che ride", "l'uomo che sdrammatizza", e quelle che ci racconta sono storie vere, almeno quanto è vero il mondo che ci circonda. E siccome il mondo è per metà bianco e per metà nero, Di Muoio intesse trame in chiaroscuro, miscelando l'ironia alla tragedia, regalandoci un sorriso dopo averci strappato una lacrima.

L'autore si diverte, e ci diverte, con le parole come farebbe un bambino con una scatola di costruzioni. E ogni frase è parte di un puzzle nel quale le tessere non hanno quasi mai una collocazione univoca e predeterminata, ma possono adattarsi, smussare gli angoli e raccontare storie "altre", alludere a immagini "altre" (penso allo spassosissimo accoppiamento nome-professione dei personaggi di "Certe parole non dette" oppure agli equilibrismi allusivi di "Loft on the left").

"diMostrare le cose a parole", quindi, sorprende soprattutto per la genuina naturalezza con cui "toni" diversi, talvolta antitetici, si avvicendano l'un latro proponendo ora momenti di riflessione intimistica, ora ispirati exploit di umorismo "situazionale." ("Elastici", "Portami con te Avvocato Agnelli", "Un editore che si rispetti...")

 

           Maurizio Di Credico

Recensione a Dimostrare le cose a parole

 

Possono coesistere due mondi, uno dei quali risponde al più grossolano epicureo:" mi piace"; mentre l'altro va incontro a dolci esperienze estetiche ed etiche, rasentando la coscienza del sublime?
Un simbolo della comunicazione, un dentro che diventa voce non appena avverte l'esigenza di farsi fuori.
Fuori dai concetti ambigui, oscuri, retorici che vorrebbero relegare questa comunicazione entro i confini angusti di una falsa morale, di un'arte altrettanto falsa.
Nella ricerca dei modi di comunicare, si ritrova il piacere della lingua, in un ancoraggio mnemonico che richiede uno sforzo minimo, ma che restituisce un quadro di insieme dal forte impatto emotivo.
Da "mentre voi dormite" a " avere vent'anni o non averne affatto", passando per "certe parole non dette" e " ora puoi aprire gli occhi", oppure "vicini", fino alla supplica "portami con te Avvocato Agnelli", è una continua ricerca che trova il suo sbocco quasi naturale in un simbolismo descrittivo dentro il quale vita e pensiero, esistenza e arte coincidono.
Ogni racconto, pur se a prima lettura, sembra indulgere in un realismo semplice e immediato, rivela piuttosto una sensibilizzazione della coscienza di fronte ai ritmi reali della in-significanza della vita.
Allora, i racconti si storicizzano in un pluralismo d'immagini variamente disposte, ma tutte riconducibili, ricondotte, ad unità strutturale di questa dicotomia esistenziale: la solitudine e l'amore.
La solitudine della popolazione di Vidalle, priva della luna, compagna del sole; la solitudine di chi affidava il suo amore a frasi scritte su cartamoneta.
L'amore che non sarà scritto su carta, perchè nessuno insegnerà a scrivere lettere d'amore.
Dall'amore alla solitudine, e viceversa,e poi ancora amore fino a che la storia del vissuto, del processo della vita emotiva non trovano il loro dato biografico.
Persino la morte nei suoi segni più intimistici (v. il mare ad occhi chiusi, portami con te...) diventa momento dinamico per riconsiderarne la sua stessa natura: porta a rivedere, con una sorta di apertura coscienziale, ciò che è stato.
Diventa motivo di un pensiero di pagana spontaneità, quasi una dionisiaca esaltazione:" Certo io al mare ce l'ho portata la signora Vassallo...sarebbe bastato calare a mare la cassa e io sopra, a cavalcioni, remando deciso fino a Positano". Ecco la spontanea solarità mediterranea che si traduce in una specie di marcia  incontrare il desiderio e l'amore.
Riduzione temporale di un futuro sospeso rispetto ad un presente ricomposto nello svuotamento di un istante vissuto come presenza incorporea. Passione amorosa mai esaudita, ricordo di dolci emozioni mai dimenticate.
Motivi elegiaci, raccolta di ricordi che si tramanda nelle frasi, risolvendo il problema del tempo.
Problema del tempo come entità psicologica, esistenziale, in una evidenza totale, in una attuazione celebrativa della mera esistenza di ognuno dei personaggi.
L'autore, sin dalle prime pagine, ha strutturato, quasi in maniera definitiva, i suoi protagonisti in una relazione io-altri, che mai li confina in una spenta, grigia mediocrità.
Alejandro e Gabriela, io e tu di "manca la carta", Orazio, e gli altri che seguono non stanno maid entro le regole. Ecco perchè ci coinvolgono: perchè sono fuori gioco.
Di Muoio non indulge nell'enfasi; abile nel rimanere discreto nelle situazioni dai contorni sfumati, è rapido quando deve mostrare situazioni fatali, concrete, dove l'azione umana non si riduce a corpo e il tempo a presente.
Egli avverte per tempo il lettore, e questo fa del libro un momento di lettura non indifferente in cui tutti i protagonisti sembrano usciti dal pennello di Telemaco Signorini.

 

(Salvo Ferlazzo) da "Progetto Babele" - Rivista letteraria